É il cervello che fa il dolore.

Quando ho iniziato ad addentrarmi in questo mondo, pur sapendo questa “ovvia verità”, non avevo assolutamente idea delle implicazioni che questa cosa potesse avere nella mia pratica quotidiana.

Prima di parlarne però, voglio spiegare ai non addetti ai lavori (ed anche a qualche addetto ai lavori onestamente) cosa intendiamo con questa frase.
Per farvi capire cosa intendo quando dico che “il cervello fa il dolore” intendo quello succede in questo video:

In questo video, che riproduce un famoso esperimento di neuroscienze, vediamo che, nelle opportune condizioni, il cervello riesce addirittura a far “sentire” un braccio di gomma come proprio ad una persona. Vediamo come il soggetto percepisca calore, tatto e persino dolore sul braccio di gomma, come se fosse il suo braccio.

ALT! Dolore? il soggetto percepisce Dolore sul braccio finto? Si.

Facciamo un esempio: se io mi taglio un dito e percepisco dolore sul dito, secondo voi il dolore “parte dal dito” o “arriva al dito”?

Per capire cosa accade dobbiamo distinguere la nocicezione dal dolore: la nocicezione è il segnale che parte dalla periferia che dice “ti sei tagliato il dito” (frecce rosse).
Quando questo segnale arriva al cervello, il nostro cervello prende questo segnale e lo integra (matassa nera) con esperienze pregresse, emozioni, paure e il nostro cervello “decide” se dare dolore in base a quel segnale o meno (frecce blu). Se il nostro cervello (in maniera del tutto autonoma dalla volontà cosciente) ritiene che per la nostra sicurezza è opportuno che si senta dolore, noi sentiremo il dolore. E non sentiremo un dolore generico e diffuso ma sentiremo dolore esattamente al dito che ci siamo tagliati.
Questo è un meccanismo protettivo, il dolore al dito tagliato farà si che noi a quel dito presteremo più attenzione, farà si che quel dito verrà protetto in maniera più attenta.

Questo meccanismo spiega l’affermazione che “il cervello fa il dolore” ma non spiega cosa significhi questa affermazione nella pratica clinica quotidiana.

Possiamo dire che “il cervello fa il dolore” non significa che il dolore sia immaginario. Significa che il dolore è una decisione neurobiologica di protezione..Se il cervello fa il dolore, farà lo stesso identico dolore su una problematica prettamente fisica o su una problematica di carattere “psicosomatica”. Questo è il primo grande scoglio da abbattere: non esiste il dolore “inventato”. Il dolore è a derivazione cerebrale ed è sempre tutto uguale, è sempre tutto vero ed è definito come un’esperienza.

Ed è il messaggio che anche le società scientifiche cercano di mandare costantemente: se il paziente ti dice che ha dolore…ha dolore.

Quindi, ricapitolando, il dolore è sempre tutto “vero”, il dolore “parte dal cervello” ed è un meccanismo protettivo. Cosa succede però se il cervello “pensa” di essere in pericolo, ma non lo è davvero o semplicemente non lo è più (perchè magari riceve stimoli da un tessuto che è guarito, ma il cervello ha ormai “imparato” che gli stimoli che arrivano da quel tessuto sono dannosi? Succede il dolore cronico.

Ciò che è fondamentale dal punto di vista clinico è che se il cervello impara, se il cervello predice, il cervello può anche imparare che non c’è più il pericolo e che quindi questo segnale non è più necessario.

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Perché il dolore?

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Il "tranello" della medicina deterministica.