Di chi è paziente il paziente con dolore cronico?
C’è una domanda che spesso resta sullo sfondo, ma che in realtà dovrebbe stare al centro di tutto:
di chi è paziente il paziente con dolore cronico?
È del medico?
È dello psicologo?
È del fisioterapista?
È di nessuno, o peggio… è di tutti e quindi, di fatto, di nessuno?
Nella pratica quotidiana succede qualcosa di paradossale.
Il paziente con dolore cronico entra in un sistema sanitario costruito per problemi acuti: identificare una causa, intervenire, risolvere.
Quando questo schema non funziona — e nel dolore cronico spesso non funziona — il paziente inizia a “migrare”.
Un medico, un altro specialista, un altro ancora.
Un esame, un altro esame, un altro ancora.
Ogni professionista osserva una parte.
Pazientespaesato
Nessuno riesce davvero a prendersi carico dell’insieme.
E così il paziente diventa, lentamente, un paziente senza casa.
Il punto è che il dolore cronico non è solo un sintomo.
È un’esperienza complessa. Coinvolge il corpo, certo,
ma coinvolge anche il sistema nervoso, le emozioni, le memorie, il contesto di vita.
È, per definizione, un fenomeno bio-psico-sociale.
E se il problema è bio-psico-sociale, la risposta non può che essere… bio-psico-sociale.
Eppure questa cosa, che a livello teorico è ormai ampiamente riconosciuta, nella pratica viene raramente applicata.
In Italia abbiamo una legge importante, la Legge 38/2010, che sancisce il diritto del cittadino ad accedere alla terapia del dolore e promuove un approccio integrato.
Sulla carta, il modello è chiaro:
team multidisciplinari, presa in carico globale, integrazione tra competenze.
Nella realtà, però, cosa succede?
Nella maggior parte degli hub di terapia del dolore:
il medico gestisce il farmaco e le procedure
lo psicologo, quando presente, è marginale o accessorio
il lavoro integrato è più un’eccezione che una regola
E soprattutto: manca una vera co-costruzione del percorso terapeutico.
Questo crea un corto circuito.
Perché il paziente con dolore cronico porta spesso due livelli di sofferenza:
una componente fisica reale, concreta
una componente emotiva e neurobiologica altrettanto reale, ma meno visibile
Se trattiamo solo il primo livello, il secondo continua ad alimentare il sistema d’allarme.
Se trattiamo solo il secondo, rischiamo di perdere credibilità e alleanza terapeutica.
Il risultato?
Trattamenti parziali.
Risultati instabili.
Frustrazione — del paziente e del curante.
Il punto non è scegliere tra approccio medico e psicoterapeutico.
Il punto è che non sono alternative.
Sono due linguaggi diversi per parlare allo stesso sistema:
il sistema d’allarme del cervello.
Quando un medico e uno psicoterapeuta lavorano insieme, succede qualcosa di diverso.
Il medico può intervenire sul corpo, ridurre il rumore di fondo, modulare il segnale.
Lo psicoterapeuta può lavorare sul significato del segnale, sulle associazioni emotive, sui pattern appresi.
Due leve diverse. Stesso sistema.
E soprattutto: stesso paziente.
Integrare non significa “inviare allo psicologo”.
Significa costruire un percorso condiviso, con un obiettivo comune e una narrativa coerente.
Significa che il paziente non deve più scegliere di chi essere paziente.
Perché finalmente qualcuno si sta occupando di lui nella sua interezza.
Forse allora la domanda iniziale cambia.
Non più: di chi è paziente il paziente con dolore cronico?
Ma: chi è disposto, davvero, a prendersene cura fino in fondo?
Finché non rispondiamo a questa domanda — non a parole, ma nei modelli organizzativi — continueremo ad avere pazienti che girano, provano, sperano… e spesso si sentono soli.
E il sistema d’allarme continuerà a suonare.

