La Pain Reprocessing Therapy (PRT)

La Pain Reprocessing Therapy (PRT) è una delle cose più interessanti che mi siano capitate di studiare negli ultimi anni nel mondo del dolore cronico.

Ma credo anche che sulla PRT esista un enorme equivoco.

Partiamo dall’inizio.

Che cos’è la PRT?

La PRT (Pain Reprocessing Therapy) è un approccio terapeutico sviluppato soprattutto per il dolore cronico “primario” o nociplastico, cioè quel dolore che persiste anche quando non c’è (o non c’è più) un danno tissutale proporzionato all’intensità dei sintomi.

L’idea centrale è semplice ma rivoluzionaria:

il cervello può imparare il dolore… e quindi può anche disimpararlo.

Non significa che “il dolore sia inventato”.

Non significa che “sia tutto psicologico”.

Non significa che il paziente stia fingendo. (Se non ci credi puoi leggere qui, oppure qui)

Significa che il sistema nervoso può entrare in uno stato di allerta persistente, continuando a produrre dolore anche in assenza di un pericolo reale per il corpo.

Da quanto tempo studiamo queste cose?

Molto più di quanto si pensi.

La PRT come protocollo strutturato è relativamente recente, ma le neuroscienze del dolore, la central sensitization e i modelli mind-body vengono studiati da decenni.

Oggi sappiamo che dolore e danno non sono la stessa cosa.

Sappiamo che emozioni, paura, memoria, contesto sociale, stress cronico e percezione di sicurezza possono modificare profondamente il modo in cui il cervello produce dolore e soprattutto sappiamo che il dolore è un’esperienza creata dal cervello per proteggerci (non dobbiamo però confondere la PRT con l’Emotion Awareness and Expression Therapy, EAET, di cui vi parlerò in un altro post).

Anche quando questa protezione diventa “disfunzionale” o “esagerata”.

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Come funziona la PRT?

Ridotta all’osso, la PRT cerca di insegnare al cervello una cosa:

“Non sei in pericolo” e lo fa attraverso vari strumenti:

- psicoeducazione sul dolore

- esposizione graduale

- riduzione della paura del movimento

- lavoro sulle interpretazioni catastrofiche

- tecniche attentive e somatiche

- recupero della sicurezza corporea

In pratica, il “cervello inconscio” del paziente impara lentamente a reinterpretare certe sensazioni non più come segnali di danno imminente, ma come output di un sistema nervoso iperprotettivo.

E questo, in molti casi, riduce davvero il dolore e lo riduce anche in maniera importante.

Ma secondo me qui nasce il grosso equivoco.

Molti iniziano a vedere la PRT come se fosse: “la tecnica che elimina il dolore cronico”.

Io personalmente non la vedo così, per me la PRT non è semplicemente una terapia del dolore.

È soprattutto un nuovo sistema di comunicazione interna tra la parte cosciente e quella inconscia del nostro cervello.

È un modo diverso di interpretare il corpo.

Di leggere i segnali interni.

Di rapportarsi alla paura.

Di stare dentro alle sensazioni.

E sì, tutto questo spesso riduce il dolore, a volte anche drasticamente, ma non credo che significhi necessariamente “modificare per sempre” il funzionamento del sistema nervoso.

Perché il cervello umano non è una macchina che si resetta una volta sola, anzi. Il cervello umano tende a seguire pattern noti, anche se disfunzionali. È amante del “solito” anche se il solito che conosce è il dolore.

E tuttavia il cervello è anche un sistema dinamico, plastico.

Influenzato continuamente dalla vita, dallo stress, dal contesto sociale, dal sonno, dalle relazioni, dalle paure, dalle esperienze.

Forse il punto non è “guarire definitivamente” ma forse il punto è imparare un linguaggio nuovo, che ci consenta finalmente di comunicare con il proprio sistema nervoso.

E forse questa capacità, più che una cura, è qualcosa che va coltivato nel tempo.

Un po’ come imparare a gestire l’ansia.

O imparare a regolare le emozioni.

O imparare a respirare meglio sotto stress.

Non una magia.

Non una pillola.

Ma una competenza.

E forse il vero cambiamento culturale sarà proprio questo: smettere di cercare una tecnica che “spenga” il dolore per sempre, e iniziare a costruire un rapporto diverso con il nostro cervello e con il nostro corpo.

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Stiamo costruendo una società che produce dolore cronico?