Stiamo costruendo una società che produce dolore cronico?
Negli ultimi anni, lavorando nel mondo del dolore cronico, mi sono trovato sempre più spesso a farmi una domanda. Nulla di “scientifico”, più forse un qualcosa di “filosofico”.
Non una certezza. Non una teoria assoluta.
Più che altro un’impressione clinica che, col tempo, mi risulta sempre più difficile ignorare.
E se il dolore cronico fosse destinato ad aumentare enormemente nei prossimi decenni non solo per motivi biologici, ma anche per il tipo di società che abbiamo costruito es in cui viviamo?
Quando pensiamo al dolore cronico, tendiamo ancora ad immaginare soprattutto il corpo: un’articolazione consumata, un nervo infiammato, una colonna degenerata ed è ovvio che questi fattori esistano. Sarebbe assurdo negarlo.
Ma più studiamo il dolore, più abbiamo prove che il sistema nervoso umano non risponda soltanto al “danno”, ma anche al contesto in cui una persona vive.
E il contesto occidentale moderno, almeno ai miei occhi, sembra sempre meno compatibile con un sistema nervoso in equilibrio.
Viviamo:
* costantemente connessi,
* costantemente stimolati,
* costantemente osservati,
* costantemente confrontati con gli altri.
Dormiamo meno, ci muoviamo meno,
passiamo meno tempo nella natura,
mangiamo peggio, abbiamo meno comunità reali, meno stabilità,
meno silenzio mentale.
Molte persone vivono in uno stato di tensione quasi continua senza nemmeno rendersene conto e non parlo solo di “stress” nel senso generico del termine: parlo di una sensazione cronica di precarietà: economica, lavorativa, relazionale, identitaria.
La sensazione che tutto possa cambiare da un momento all’altro, che bisogna sempre performare, sempre produrre, sempre dimostrare qualcosa.
E mi chiedo quanto possa reggere un sistema nervoso umano progettato per vivere in piccoli gruppi sociali relativamente stabili.
Nel dolore cronico vedo spesso cervelli e corpi che sembrano vivere in uno stato di allarme persistente.
E dato che il dolore è anche una risposta di protezione, allora la domanda diventa inevitabile:
cosa succede ad una società che mantiene milioni di persone in uno stato cronico di minaccia percepita?
A volte ho l’impressione che la medicina moderna rischi persino di amplificare il problema, pur partendo dalle migliori intenzioni; abbiamo sviluppato una cultura in cui ogni sensazione corporea deve essere immediatamente interpretata, spiegata, monitorata, corretta.
Ogni dolore deve avere una causa precisa, ogni sintomo deve essere eliminato rapidamente, ogni incertezza biologica è diventata quasi intollerabile.
E forse, senza volerlo, stiamo insegnando alle persone ad avere sempre più paura del proprio corpo.
Attenzione però: questo non significa dire che il dolore sia “inventato”, “finto” o “solo psicologico”, significa forse riconoscere qualcosa di più complesso:
che il dolore umano non nasce soltanto dai tessuti, ma anche dal modo in cui il cervello interpreta sicurezza, pericolo, vulnerabilità e sopravvivenza.
E allora mi viene spontanea una domanda: come possiamo pensare di ridurre il dolore cronico se continuiamo a far vivere il cervello umano in condizioni di sicurezza sempre più precaria?
Forse il dolore cronico non è solo una questione medica.
Forse è anche una questione culturale

