Dolore nociplastico: cosa sta cambiando davvero nel trattamento clinico del dolore cronico

Stiamo vivendo un’epoca interessantissima per la terapia del dolore cronico.

Siamo in una fase di cambiamento paragonabile ai passaggi storici in cui la comprensione del meccanismo di malattia ha modificato il trattamento e mi viene da pensare a Semmelweis che con il “semplice” lavaggio delle mani ridusse drasticamente le infezioni puerperali.

Sebbene io abbia altri social in cui cerco di fare una divulgazione più “alla portata di tutti”, il mio sito mi offre l’opportunità di fare una divulgazione leggermente differente; più “evidence based” ed anche più orientata a chi ha gli strumenti culturali per comprendere (e perché no, diffondere la pratica) di questo nuovo paradigma nel trattamento del dolore cronico.

Chi sono

Prima di “pontificare” su un argomento, mi piace dire due paroline su chi sono, cosa faccio e come mi sono trovato nella posizione in cui sono oggi.

Era il 2012 quando dissi al mio direttore di scuola di specializzazione (anestesia e rianimazione)

“Prof mi voglio occupare di terapia del dolore”

e la sua risposta laconica (di cui gli sono grato) fu

“Qualcuno lo dovrà pur fare”.

Dal 2012 quindi ho iniziato ad occuparmi di terapia del dolore. Ho fatto corsi su corsi, ho frequentato per anni la terapia del dolore dell’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti in provincia di Bari (a mio avviso una delle migliori, se non la migliore in Puglia).

In tutti questi anni ho imparato la terapia del dolore come la fanno i medici ma in tutti questi anni ho sempre osservato la presenza di un limite strutturale molto importante nella presa in carico dei pazienti con dolore cronico.

Sebbene il modello attualmente accettato di dolore cronico sia il modello biopsicosociale, ho sempre avvertito la mancanza di psicoterapeuti che capissero di dolore o di medici che capissero di psicoterapia, per aiutare i pazienti a 360 gradi.

Sebbene tutti noi terapisti del dolore siamo consapevoli da sempre dell’importanza del mondo psichico nella genesi e nel mantenimento del dolore cronico, da medici, spesso non possiamo far altro che alzar le mani e mandare i nostri pazienti da psicoterapeuti spesso non formati (non per colpa loro) sull’argomento (motivo per cui ho deciso di iscrivermi in prima persona alla scuola di specializzazione in psicoterapia.)

La svolta

Da qualche anno a questa parte, nuove terapie (PRT, EAET) sono venute fuori che consentono in maniera relativamente semplice di trattare questo dolore cronico.

Qual è la differenza tra queste nuove terapie e l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) o la CBT (Cognitive Behavioural Therapy)?
La differenza sostanziale è nell’approccio. L’ACT e la CBT lavorano sul coping e sulla funzione, lavorano sull’impatto del dolore nella vita di tutti i giorni e sul “vivere bene nonostante il dolore. Con la PRT e l’EAET andiamo a lavorare invece sulla riconcettualizzazione del segnale di dolore, sulla percezione di sicurezza e minaccia e sullo spegnere un circuito responsabile del meccanismo alla base del dolore.

Le evidenze emergenti sul dolore nociplastico, sull’assenza di danno tissutale proporzionale e sui meccanismi di apprendimento cerebrale del dolore hanno aperto la strada a interventi che non lavorano solo sulla gestione del sintomo, ma sulla sua rielaborazione neurale.

Directory of practitioner, medical provider

Quella che vedete in questa fotografia è la “directory of practitioner” per i medical provider di PRT, gente che ha formalmente terminato il percorso di training (almeno di base).

Come vedete non è ancora molto diffusa la pratica (considerate però che questo non è l’unico centro che insegni questa nuova forma di approccio mind-body o psicosomatico).

Se andiamo a vedere la situazione italiana, purtroppo la situazione è ancora agli albori della diffusione di queste tecniche.

Directory of practitioner, medical provider, Italia

Perché questo Blog?

Sono fermamente convinto che questo approccio sia una pietra miliare al dolore cronico e mi piacerebbe che si diffondesse il più possibile per poter aiutare il maggior numero possibile di pazienti.

Questo spazio nasce per colmare un vuoto formativo tra medicina del dolore e psicoterapia, traducendo le nuove evidenze sul dolore nociplastico in strumenti clinici utilizzabili nella pratica quotidiana.

Quali sono i motivi per cui non si è ancora diffuso?

  • Novità: gli articoli che ne hanno dimostrato l’efficacia sono del 2024, è fisiologico che ci sia un ritardo tra gli articoli e l’ambulatorio

  • Stigma sociale: benché la situazione stia migliorando, c’è ancora tanto pregiudizio sulla psicoterapia e, soprattutto la sotto popolazione di pazienti con dolore cronico, non amano il rinvio allo psicoterapeuta.

  • Modello formativo: la maggior parte dei percorsi medici e psicoterapeutici tratta ancora dolore e psiche come domini separati.

In questo blog voglio riportare studi, ma soprattutto esperienze cliniche che corroborino l’utilizzo di questa forma di terapia e possano aumentarne la diffusione.