La Emotion Awareness and Expression Therapy (EAET)

Dopo aver parlato della Pain Reprocessing Therapy (PRT), credo sia importante parlare anche di un altro approccio che, secondo me, nel mondo del dolore nociplastico sta diventando sempre più rilevante:

la Emotional Awareness and Expression Therapy (EAET).

E soprattutto credo sia importante chiarire una cosa:

PRT ed EAET non sono la stessa cosa.

Spesso vengono messe insieme dentro il grande contenitore delle “terapie mind-body”, ma in realtà lavorano su livelli diversi del problema.

Ed è proprio per questo che, secondo me, possono diventare straordinariamente complementari.

Da dove nasce la EAET?

La Emotional Awareness and Expression Therapy nasce dall’idea che alcune condizioni di dolore cronico possano essere strettamente collegate a processi emotivi irrisolti.

Non sto parlando di “dolore immaginario”.

Non sto parlando di “persone deboli”.

Non sto parlando di “è tutto nella tua testa”.

Sto parlando del fatto che il cervello umano non separa davvero corpo ed emozioni.

Stress cronico.

Traumi.

Conflitti relazionali.

Rabbia trattenuta.

Paura.

Senso di colpa.

Iperadattamento.

Bisogno continuo di controllo.

Emozioni mai espresse.

Tutto questo può modificare profondamente il funzionamento del sistema nervoso e in alcune persone il corpo è il luogo dove si può percepire “l’allarme” che viene suonato dal cervello

Qui però nasce spesso la confusione con la PRT.

La PRT lavora soprattutto sul rapporto tra cervello, paura e sensazioni fisiche.
Aiuta il paziente a reinterpretare il dolore non più come segnale di danno imminente, ma come output di un sistema nervoso iperprotettivo.
Il focus centrale della PRT è il riapprendimento della sicurezza corporea.
La EAET invece entra molto più direttamente nel mondo emotivo e lavora su:

- emozioni evitate o represse

- conflitti interni

- dinamiche relazionali

- esperienze traumatiche

- bisogni emotivi non espressi

- rabbia, tristezza, paura, vergogna

- difficoltà nell’affermazione di sé

E secondo me questa distinzione è fondamentale.

Perché ci sono pazienti che hanno soprattutto paura del dolore e ci sono pazienti in cui il dolore sembra diventare quasi il linguaggio stesso attraverso cui il sistema nervoso esprime tensioni emotive profonde.

Ed è qui che, secondo me, nasce la vera forza dell’integrazione.

Perché molto spesso il dolore nociplastico non è solo “un problema di paura del movimento”.

Ma non è neanche solo “un problema emotivo”.

Molto spesso è entrambe le cose: c’è il corpo che entra in allarme, ma c’è anche una storia personale, ci sono apprendimenti, ci sono relazioni, ci sono anni passati in ipervigilanza, adattamento, autocontrollo o sofferenza silenziosa.

Ed è per questo che personalmente, sebbene sia consapevole che PRT ed EAET siano approcci separati, faccio sempre più fatica a vedere come sia possibile fare l’uno senza esplorare le potenzialità dell’altro.
Per me rappresentano due porte diverse per entrare nello stesso sistema nervoso: la PRT aiuta il cervello a sentirsi nuovamente al sicuro nel corpo mentre la EAET aiuta il paziente a riconoscere il ruolo che emozioni, conflitti e vissuti relazionali possono avere nell’attivazione o nel mantenimento dell’allarme del sistema nervoso. Possiamo addirittura dire che la EAET può insegnare al paziente a comprendere quando emotivamente c’è qualcosa che non va.

Se riprendiamo il concetto del nuovo linguaggio da apprendere per comunicare con il nostro sistema nervoso, possiamo dire che la PRT insegna un nuovo linguaggio con il corpo. La EAET insegna a non ignorare quello che quel corpo, emotivamente, potrebbe star cercando di comunicare.
E forse il futuro del trattamento del dolore nociplastico sarà proprio questo:

non scegliere tra corpo ed emozioni.

Ma smettere finalmente di separarli.

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La Pain Reprocessing Therapy (PRT)