Si può guarire dal dolore cronico?
Fino a circa due anni fa, la mia risposta sarebbe stata semplice.
No. O almeno: non nel senso in cui normalmente usiamo la parola guarigione. Probabilmente avrei tirato fuori il classico paragone con il diabete o l’ipertensione: condizioni croniche da gestire, non da “guarire”. E avrei inserito il dolore cronico dentro quella stessa logica.
Poi ho iniziato ad approfondire sempre di più il mondo del dolore cronico, delle neuroscienze del dolore, dei modelli mind-body, della Pain Reprocessing Therapy (PRT), della Emotional Awareness and Expression Therapy (EAET).
E oggi la mia risposta è diventata molto, molto più complessa.
Perché prima dobbiamo fare due domande:
Di che dolore stiamo parlando?
Che cos’è davvero il dolore?
Alla domanda numero uno dobbiamo rispondere cercando di capire di quale dolore stiamo parlando. C’è una causa fisica sottostante? C’è una patologia strutturale? Se abbiamo una colonna vertebrale degenerata o deformata, alcune modificazioni anatomiche possono non essere reversibili. Ma questo non significa automaticamente che il dolore debba restare identico nel tempo, né che il sistema di allarme non possa cambiare comportamento.
Per rispondere alla domanda numero due dobbiamo considerare che se il dolore fosse soltanto un “guasto” da eliminare, la risposta sarebbe facile: guarire significherebbe spegnere il sintomo.
Ma il dolore non nasce per errore, il dolore è un sistema di allarme.
E questo cambia tutto.
Perché un sistema di allarme:
1. è normale che esista
2. è giusto che esista
3. non dovrebbe essere eliminato
Nessuno direbbe che dobbiamo “guarire” dalla capacità di percepire dolore. Se appoggi la mano sul fuoco, vuoi che il tuo cervello generi dolore, se hai una frattura, vuoi che il tuo cervello ti protegga.
Il problema nasce quando quell’allarme cambia comportamento, quando diventa iperprotettivo, quando resta acceso troppo a lungo, quando inizia a vedere pericolo anche dove il pericolo non c’è più, o non è più quello di prima.
Allora ha ancora senso parlare di “guarigione”? Forse sì.
Ma forse non nel modo in cui siamo abituati a pensare. Non si tratta di “uccidere” il dolore, ma di imparare ad ascoltare il proprio cervello in modo diverso.
Di comprenderne il linguaggio.
Di riconoscere cosa ci sta comunicando.
In questa prospettiva, forse dal dolore cronico non si “guarisce” nel senso classico del termine ma si impara una nuova lingua: la lingua del proprio sistema nervoso, una lingua fatta di segnali, protezione, memoria, emozioni, corpo, relazioni e contesto.
E, a volte, imparando quella lingua, il dolore può anche ridursi enormemente anche quando c’è una causa fisica evidente.
Non perché abbiamo eliminato il sistema di allarme, ma perché abbiamo smesso di combatterlo e abbiamo iniziato a capirlo.
E voi?
Pensate che il dolore cronico sia qualcosa da eliminare… o qualcosa che dobbiamo prima imparare a comprendere?

